
Gli chiesero di parlare, quella sera. Di parlare dell’idea e del ricordo. L’idea lo rendeva frizzante. Il ricordo meno. Era inondato da immagini, come spesso accade. Immagini impreziosite di musiche melodiche e colori sfocati. In movimento. Un movimento aciclico, imperfetto.
Nel ricordo poteva chiaramente distinguere il lucente dall’opaco, il suono alto dal basso, la sensazione alla gola da quella allo stomaco. L’insieme di percezioni si faceva tanto più vero quanto più egli si concentrava nel definire il dettaglio e il particolare.
Lasciar fluttuare la mente nei cunicoli della logica ripercorsa, nei sentieri battuti, nei mari esplorati, era dolcemente seducente. Doveva certo fare attenzione a non cadere nelle trappole del malumore condiviso, rivissuto. In quei casi il volto si faceva più cupo, le labbra si serravano e gli occhi si spegnevano ammutoliti. Sintomo inconfondibile di immagini tristi, di un passato sfuggito di mano. Di un suono affievolito. Un nodo alla base della gola che non aveva la minima intenzione di lasciar scappare fili di voce dalla sua stretta.
Non avrebbe mai voluto dover soffocare le lacrime ardenti nel cuscino. Per evitarlo sceglieva melodie più raffinate e gusti e odori più deliziosi. In quei casi scriveva su fogli astrali in caratteri perfetti, barocchi. Lì, ripensava a ciò che era stato in principio, ai momenti più belli. Tentava di riassaporarli, esplorandoli con tutti i sensi. Era soave.
Sconfinato.









