Ho smesso di chiedermi chi esprime pensieri anonimi sulle mie parole. Non conta più. Non ne sarei in grado. Non sarei in grado di lasciar cadere delle lettere in ordine, comunicare un messaggio fosse anche un suono, una sensazione, l’eco di un’emozione, senza il gusto paternale della sovranità demiurgica.
No, non ne sarei in grado.
Come se il dibattito non avvenisse tra individualità distinte. Quasi entità rarefatte, lettori ossuti non appartengono a queste dinamiche . Fantasmi soffiati di sensibilità e sentimento. Fantasmi che temono d'esser scorti.
Gli chiesero di parlare, quella sera. Di parlare dell’idea e del ricordo. L’idea lo rendeva frizzante. Il ricordo meno. Era inondato da immagini, come spesso accade. Immagini impreziosite di musiche melodiche e colori sfocati. In movimento. Un movimento aciclico, imperfetto.
Nel ricordo poteva chiaramente distinguere il lucente dall’opaco, il suono alto dal basso, la sensazione alla gola da quella allo stomaco. L’insieme di percezioni si faceva tanto più vero quanto più egli si concentrava nel definire il dettaglio e il particolare.
Lasciar fluttuare la mente nei cunicoli della logica ripercorsa, nei sentieri battuti, nei mari esplorati, era dolcemente seducente. Doveva certo fare attenzione a non cadere nelle trappole del malumore condiviso, rivissuto. In quei casi il volto si faceva più cupo, le labbra si serravano e gli occhi si spegnevano ammutoliti. Sintomo inconfondibile di immagini tristi, di un passato sfuggito di mano. Di un suono affievolito. Un nodo alla base della gola che non aveva la minima intenzione di lasciar scappare fili di voce dalla sua stretta.
Non avrebbe mai voluto dover soffocare le lacrime ardenti nel cuscino. Per evitarlo sceglieva melodie più raffinate e gusti e odori più deliziosi. In quei casi scriveva su fogli astrali in caratteri perfetti, barocchi. Lì, ripensava a ciò che era stato in principio, ai momenti più belli. Tentava di riassaporarli, esplorandoli con tutti i sensi. Era soave.
Lo ricordo bene, era la prima prova della maturità. Un’uniforme incredibilmente comoda, un respiro inconfondibilmente profondo. Processi sinottici plurimi simultanei brindavano a pieni calici il trionfo dell’assuefacente sul seducente. Era il medesimo. Forse è questo il motivo per cui scelgono certe tracce.
Ne parlavo oggi con Claudia, di come la sua situazione sentimentale fosse pallida e convulsa. Eppure lei se la godeva proprio per via della distanza. Brindare in affollate solitarie discoteche con champagne versati da tordi imbecilli il cui unico barlume di futuro è nel penultimo sorso di mojito non bevuto. Quello che si confonde col ghiacciolo sciolto.
E ripensavo al paradosso di godersi una relazione nella sua mancanza, proprio per la sua mancanza. Così sosteneva. La stessa che una sera, davanti ad un calice di vino, rosso, ammetteva le nefandezze spirituali dell’assenza prolungata dell’amore. Impegnato ad aprire negozi in giro per la penisola. In questo ambiente rarefatto appariva incoerente la mia tesi.
Eppure ciò che il dottor Maguire fa notare a Will è proprio la medesima deduzione. Quando le cose si sanno, scrivono, pensano stanno lì, per bene, sulla cornice del mondo. La stessa che va in frantumi quando si vive in quel quadro. Quattordici quindicesimi, lei che il quindici nella sua carriera l’aveva conferito solo alla sua bravissima allieva dieci anni prima. Eppure ricordo a malapena le citazioni.
È questo che fa la vera differenza. Un distacco che non era mai pesato come invece potrebbe, se dovesse. Come quando il povero cuore tondo in fondo al pozzo fece quella promessa con voce sommessa, tutto abbozzato e infreddolito. Una promessa non onorata. Un disonore da pagare a rate, tout court.
Ed Elègeo ha avuto la sua parziale vendetta amareggiante, come sempre. Disperata. E leggera. Leggiadra come il battito d’ali soffocato dal sibilare del vento. Leggera. Leggiadra. A volte mi chiedono perché egli sia così esoterico, elitario, labirintico nella trasposizione verbale dei suoi sentimenti. Perché egli stesso ne teme la profondità maestosa e orribile. Forse un giorno deciderà di riaprire le porte delle sotterranee bandite, ripulire i viadotti dagli ingombri affollanti e inondare di deliziosi profumi ed incantevoli illuminazioni i percorsi sinuosi dei fasti incoscienti.
Nello stesso sciogliersi delle parole sulle guance umide, i sorrisi innocenti dei visi pallidi descrivono lance gotiche d’argento. Affilate. Dalle punte avvelenate dal seme violaceo della miseria, arida. Sono le fontane stesse a temere per il loro incessante zampillio. Purpureo.
Il Dandy in adorazione esteticamente net-futuristica
Idee, parole, poesia e arte di un Dandy net-futurista amante dell'estetismo rivitalizzato.
Netfuturismo estetico.
Nome: Gianluigi Ballarani
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Quando scopri che il riflesso di un'anima trova piacere nel contemplare se stessa. Quando il buio di un'onda troppo alta sommerge la tua coscienza. Le grida si fanno spazio in questo arido deserto. L'amore per un vano sogno di bello effimero. Che prima o poi verrĂ bucato. Nell'estasi esteta.
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Nell'aberrante trionfo di Dioniso si alzino i calici all'ineffabile desiderio di Sè.
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